A TALK CON ANTOINE LEVI E NERINA CIACCIA

Fotografie di Thomas Chéné

Immagini: Solo exhibition ‘Heirloom’ di Louis Fratino

 

Antoine Levi e Nerina Ciaccia sono una coppia di galleristi giovani e coraggiosi, proprietari della Galerie Antoine Levi di Belville (Parigi), inaugurata nel 2013 con una mostra di Olve Sande e l’obiettivo di dare una visione dell’arte contemporanea fresca e nuova. Durante il nostro incontro hanno raccontato delle aspettative e delle sfide di questo progetto, di cosa comporta oggi essere galleristi e collezionisti e della relazione creatasi con i loro artisti.

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Hai investito molto tempo e innumerevoli risorse per creare la Galerie Antoine Levi. Parlaci della sua storia. Com’è iniziato questo progetto?

Io e Nerina abbiamo creato la galleria nel gennaio 2013. Entrambi avevamo avuto esperienze importanti nel campo dell’arte e, a un certo punto, siamo stati sedotti dell’idea di dare vita a qualcosa di nostro. Col tempo questa intuizione è diventata una necessità filosofica di esprimerci, di illustrare e proporre la nostra visione dell’eccellenza estetica. La galleria è stata una scommessa, una sfida personale che ha finito per riguardare non solo due persone, ma un’intera famiglia creata insieme e grazie agli artisti.
Il 25 gennaio 2013 è una data che ci è molto cara e a cui pensiamo continuamente: l’inaugurazione del nostro progetto, con la mostra del grande artista norvegese Olve Sande. Volevamo creare qualcosa di casalingo—il budget ristretto non ci dava comunque molte alternative, ma Olve volle rendere tributo alla storia della pittura modernista americana con quel poco rimasto dalla ristrutturazione dello spazio. È stato il nostro credo, il nostro manifesto d’amore, la visione della contemporaneità che anticipa l’eternità estetica. Nessuna nostalgia, solo necessità intellettuale.

Cosa comporta oggi essere dei giovani galleristi che tentano di diffondere una nuova visione artistica?

È una questione che va di pari passo con gli artisti. La posta in gioco è la stessa per entrambi: lavoriamo senza certezze sul futuro, abbiamo ognuno la propria morale, il proprio savoir-faire, aspettative reciproche. Il lavoro consiste in un complesso dosaggio del dialogo costante tra galleristi e artisti. Quali opportunità abbiamo e come possiamo aiutarli a esprimersi a pieno? E loro provano lo stesso nei nostri confronti: vogliamo crescere insieme.

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Avete lavorato nel campo dell’arte sia in Italia che in Francia. Quali differenze avete notato nell’approccio all’arte contemporanea?

Probabilmente io e Nerina abbiamo sviluppato inconsapevolmente un gusto orientato al pubblico internazionale, ma il programma della galleria lascia trapelare una certa “italianità”.
Parlare di differenze tra due culture non ha molto senso per noi. Finora non abbiamo rappresentato alcun artista francese, ma non per scelta, è una coincidenza dettata dal nostro gusto. Francia e Italia si approcciano alle arti in maniera molto differente, ma alla fine esiste un unico linguaggio inclusivo, capace di cancellare ogni confine, ed è la qualità.

Come vengono scelti gli artisti con cui lavorare e che tipo di relazione si instaura attraverso la vostra collaborazione?

La decisione è sempre preceduta da un lungo periodo di studio, esitazione e auto convinzione. Prima di proporre a un artista di “sposarci”, cerchiamo di capire in che modo possa essere inserito nel programma e quali novità potrebbe portare. Dopo di che, gli artisti sono liberi di dare vita alle proprie idee. Una volta che abbiamo deciso con chi lavorare, l’affinità diventa automatica. La relazione si basa sulla fiducia reciproca.

Pensi che oggi la personalità del collezionista stia cambiando in qualche modo?

Il nostro lavoro è indubbiamente cambiato, dunque lo sono anche i collezionisti. Alcuni pensano che il mondo dell’arte sia un grande iPad e passano velocemente da una pagina all’altra; ad altri non piace frequentare le gallerie; altri ancora non vanno neppure alle fiere. Forse al giorno d’oggi non esiste un vero e proprio prototipo. Acquistare un’opera è un gesto d’amore, qualunque tipo di collezionista o personalità si tratti.

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Conoscete Mutina? Che impressione vi ha fatto la nostra azienda?

Assolutamente sì, la conosciamo da molto tempo e apprezziamo moltissimo il suo lavoro. Lo sguardo rivolto all’arte contemporanea ha indubbiamente consolidato la sua visibilità. Ci piace che l’azienda stringa varie collaborazioni, condividiamo questa idea di riunire persone provenienti da diverse parti del mondo al fine di costruire un immaginario e proporre continuamente nuove idee, nuove forme, nuove visioni possibili.

Lavorare con tanti artisti emergenti e poliedrici dev’essere incredibilmente stimolante. A quale, tra quelli con cui hai avuto modo di collaborare finora, proporresti di disegnare una collezione Mutina?

Direi Zoe Williams, per via dell’aspetto enciclopedico del suo lavoro, l’eleganza e la seduzione della sua pratica, e il grande impegno che impiega insieme agli artigiani inglesi per creare opere uniche. Forse anche Piotr Makowski, per la sua ricerca accurata sull’astrazione e la capacità di lavorare con la geometria, di adattare il suo lavoro a una visione architettonica.

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Qual è la tua collezione Mutina preferita? Perché?

Mi piace molto Mews, crea un’estetica moderna giocando con la geometria, mantenendo però un aspetto caldo e confortevole. Inoltre, è capace di dare vita a toni monocromatici che le danno un aspetto incredibilmente calmo e meditativo.

Antoine, in università ti sei specializzato in arte medioevale. C’è un’opera di quel periodo che ti piacerebbe avere?

Il ‘Narbonne Altarcloth’ della collezione del Louvre. Questo pezzo tardo medioevale ha un duplice effetto su di me: è ambivalente, realizzato in toni monocromatici eppure capace di rappresentare emozioni—il sacrificio, la devozione nonostante la crudeltà… cercando di non andare troppo verso la modernità, mantenendo i codici che l’influenza nordica aveva insito sulle tradizioni meridionali. Facendone un Syllabus universale. Da un punto di vista artistico, consiste in uno squisito intreccio di numerose figure all’interno di un’unica tavola, dove tutto è perfettamente visibile.

Nerina, come è nata la tua passione per l’arte contemporanea? Qual è l’opera che desideri possedere da sempre?

Grazie alla mia famiglia, l’arte ha sempre fatto parte della mia vita. Iniziare un percorso di studi nel settore e specializzarmi in arte contemporanea è stato naturale.
Mi piacerebbe acquistare diverse opere. Avere un piede di Luciano Fabro e le vecchie fotografie di Berenice Abbot mi renderebbe molto felice.

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