A TALK WITH LIVIA PERALDO MATTON

Fotografie di Matteo Pastorio

 

Livia Peraldo Matton, direttrice di Elle Decor Italia dal 2001, ha fatto della sua passione per il design il lavoro di una vita. Laureatasi in Architettura al Politecnico di Milano, decide di dedicarsi al giornalismo e diventa Art Director di Casaviva, per poi approdare a Elle Decor nel 1990. L’abbiamo incontrata nel suo studio all’interno della redazione della rivista, dove ci ha raccontato degli EDIDA (Elle Decor International Design Awards), del rapporto tra design ed editoria e alcune curiosità personali.

 
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Cosa ti ha fatto accostare al design e al mondo dell’abitare, quali sono secondo te gli aspetti imprescindibili in questo campo?

Ho scoperto il design quando ero una ragazzina, la sera in cui mio padre portò a casa una ‘Parentesi’ chiusa nel suo packaging originale. Era uno dei primi pezzi usciti dalla produzione, gli era stato regalato direttamente dal suo autore, Achille Castiglioni. Passammo la serata a montare quella lampada, lo ricordo come un gioco meraviglioso, un’esperienza indimenticabile che per me racchiude ancora oggi l’essenza e la missione del miglior design: realizzare oggetti duttili, estremamente creativi, funzionali, intramontabili.

Quali sono i valori fondamentali espressi dagli award EDIDA? In che modo viene portato avanti il progetto, quali obiettivi sono stati raggiunti e quali altri sono da raggiungere?

EDIDA – Elle Decor International Design Awards – è un progetto che coinvolge 25 edizioni internazionali dello stesso magazine, chiamandole annualmente a esprimere un punto di vista sulle eccellenze del settore: professionisti (designer e giovani talenti) e oggetti, suddivisi per categorie. 
A breve pubblicheremo le nostre nomination per il 2016 e dal confronto con le selezioni operate dai nostri colleghi di tutto il mondo emergeranno i vincitori. Questa visione globale e condivisa rappresenta l’elemento distintivo di EDIDA. La percezione del design a differenti latitudini e presso culture diverse è un tema inedito, che nessuno aveva mai affrontato. La qualità e l’originalità che contraddistingue questa formula ne ha anche decretato il successo, sia in termini di partecipazione corale delle nostre edizioni sia quanto a crescita in autorevolezza. Gli award EDIDA sono considerati ‘Oscar del design’, che architetti e aziende vengono a ritirare da ogni angolo del pianeta con emozione e piacere. Gli obiettivi futuri? Seguire l’evoluzione di nuove generazioni di designer, soprattutto quelli provenienti da Paesi che non si sono ancora affacciati sulla scena. E magari poter premiare presto un talento cinese o indiano o sudafricano.

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In che modo è iniziato il tuo rapporto con Mutina? Come sei entrata in contatto con l’azienda?

Ho conosciuto Massimo Orsini prima che rilevasse Mutina, quando lavorava per Ceramiche Provenza, azienda di famiglia. Conservo un bellissimo ricordo dell’incontro con lui e con Giuliana Ricci, trasmettevano entrambi una passione, un’energia, un entusiasmo fuori dal comune. La ricerca sul prodotto era già al centro degli interessi di Massimo e l’occasione per concretizzarla si è presentata con l’acquisizione di Mutina e con la prima, importante collaborazione con Patricia Urquiola. Ricordo bene la presentazione al Cersaie della sua collezione Déchirer, un lavoro dirompente per carica innovativa ed emozionale.

Secondo te quali costanti e quali varianti hanno portato i 4 awards a Mutina nei suoi dieci anni di vita?

Coerenza nella ricerca ed esplorazione di orizzonti sempre diversi, sapendo scegliere come compagni di viaggio designer di grande sensibilità verso il mondo della ceramica, capaci di rendere il materiale protagonista assoluto dei progetti. In questo percorso comune, aperto al dialogo, Mutina ha avuto il merito di valorizzare contributi personali diversificati mantenendo comunque un’identità aziendale molto forte.

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Qual è la tua collezione preferita di Mutina?

Che scelta difficile! Potrei citare i lavori di Urquiola, Yoshioka, Barber & Osgerby. Ognuno eccelle per un aspetto diverso: la magia nella ricercatezza decorativa per la designer spagnola, la purezza della geometria colta attraverso il linguaggio della natura per l’autore giapponese. E per gli architetti inglesi, la novità degli effetti cromatici, ottenuti grazie a una straordinaria ricerca sulla palette dei non colori.

In che modo editoria e design si rapportano tra loro secondo te? Che tipo di impatto Elle Decor ha avuto negli anni e ha tuttora sull’audience?

Editoria e design sono un binomio imprescindibile, perché il design ha bisogno di tempi lunghi per essere compreso. Anche oggi che comunichiamo per via digitale e per dare puntualmente una notizia scegliamo la via del web, quando si tratta di approfondire raccontando un oggetto o una collezione, la nostra scelta cade inevitabilmente sulla carta. L’unico mezzo che regala tempi lunghi, quelli necessari per assaporare la bellezza di un’immagine, cogliere la complessità di un progetto interessante e anche costruire, sull’insieme delle informazioni acquisite, un personale know-how. Elle Decor Italia è stata un’apripista nel mondo delle riviste di interior. Dal 1990, epoca in cui il design era ancora un fenomeno d’élite, abbiamo scelto la missione di raccontarlo a un largo pubblico di appassionati, ma il nostro linguaggio innovativo e coinvolgente ha conquistato anche professionisti ed esperti di tutto il mondo, che continuano a seguirci. Oggi il design è un fenomeno popolare, ne parlano blog e quotidiani, ma Elle Decor rimane un punto di riferimento unico e coerente con la sua proposta di fotogiornalismo emozionale.

Se potessi cambiare vita, che cosa faresti?

Non potrei fare a meno di un lavoro creativo. Forse è più semplice dire che cosa oggi mi manca: viaggiare di più e fotografare. Unendo le due attività, potrei pensare a una professione alternativa… Ma la mia vera passione resta il design. Per questo motivo non spegnerò mai quella lampada.

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