A TALK WITH ALBERT MOYA

Albert Moya è il regista di Everything begins with an interruption, il cortometraggio che abbiamo presentato durante il Cersaie 2015 per celebrare il 10° anniversario dell’azienda. Lo abbiamo incontrato sul set per chiedergli di questa nuova esperienza con la ceramica, nuovi progetti e i suoi sogni.

 

 

Everything begins with an interruption non è soltanto una citazione, ma il titolo del cortometraggio che hai diretto per celebrare i 10 anni di Mutina. Come ti senti a riguardo?

Mi piaceva l’idea di usare uno statement così importante per il brand, per iniziare a lavorare sul film; anche se il risultato non è così chiaro, ha funzionato per costruire il racconto e mettere giù le idee.

Partiamo dall’inizio. Hai chiesto di visitare l’azienda e conoscerne le persone prima ancora di pensare a un soggetto per il film. In che modo queste persone hanno influenzato il tuo punto di vista?

La prima visita per conoscere la famiglia Mutina dal vivo è stata cruciale per pensare al modo in cui il film avrebbe dovuto essere. È lì che mi sono accorto che le persone – il team è importante tanto quanto il prodotto finale – e le relazioni che ci sono tra tutti, la loro filosofia di lavoro, è qualcosa che non riesci a percepire se non vieni a toccarlo con mano. C’è sempre un sacco di ironia nell’aria, ma sopratutto il duro lavoro si affronta in un modo davvero naturale. Lavorare è davvero un’ispirazione qui.

Era la tua prima volta con la ceramica? Quanto sapevi di questo materiale e quanto a portato con te, adesso che conosci Mutina?

È stato davvero speciale dal momento che mia madre è una ceramista. Anche se produce un altro tipo di prodotto, alla fine è sempre ceramica. Sono cresciuto attorno ad argilla ed enormi forni, con tutta la disciplina che quel mondo richiede. Ero entusiasta di lavorare per Mutina anche per questa ragione, aveva senso realizzare qualcosa che riguardasse la ceramica a un certo punto della mia vita. Sono stato fortunato a farlo con un’azienda così speciale e singolare come Mutina. Per me non si tratta tanto della materia, quanto del ponte che costruiscono tra ceramica e arte. Adesso che conosco Mutina, ecco cosa porto con me: se hai un sogno, se davvero vuoi fare qualcosa, qualcosa che sia appassionato e vero, puoi farlo. Sembra un cliché, ma quando vedi il risultato, non puoi far altro che dire “Bravo!”.

Come recita il film, da Mutina è come far parte di una vera famiglia. Qual è stata la tua impressione?

Beh, letteralmente questa. Sul set, tutto il team ha lavorato a stretto contatto con noi, come fossimo parte di un’unica crew. Ci hanno accolti come se ci conoscessimo da tutta la vita e tutto mi è sembrato così organico e naturale e divertente e intimo. Quando la base di una relazione (di lavoro) è questa, le cose non possono andare che bene.

Come mai hai scelto il bianco e nero per il film?

La sede centrale di Mutina ha una forte personalità e sapevamo che avrebbe influenzato l’intera estetica del film – quel feeling elegante ma industriale dei primi anni ’70. L’unico modo in cui immaginavo questo coesistere con il resto degli elementi del film è stato l’uso del bianco e nero.

E perché la storia del pacco?

È stato semplicemente un’espediente che ci ha permesso di andare in giro per l’azienda in modo dinamico, in modo che il film non sembrasse didattico o un documentario.

Riguardo il tuo lavoro, che piani hai per il futuro? Stai pensando a qualche progetto interessante?

Si! Sto lavorando a un progetto personale da 4 anni e sembra che finalmente stia per accadere. Si tratta di un film d’arte in collaborazione con la fondazione Mies Van der Rohe, che gireremo al padiglione di Barcellona quest’inverno.

Quando hai deciso che saresti diventato un regista?

Avevo 20 anni ed è stata la conclusione alla quale sono arrivato dopo aver testato varie discipline artistiche. È stato il modo perfetto per metterle insieme.

Hai un sogno?

Si, molti! Per raccontarne uno, mi piacerebbe scrivere un copione con lo scrittore greco Efthymis Filippou, il cui lavoro mi affascina molto.