A TALK WITH PAOLO LUCCHETTA

Fotografie di Marco Zanta

Nei giorni passati abbiamo fatto visita all’architetto Paolo Lucchetta nel suo studio RetailDesign, fondato nel 1999 a Venezia. Abbiamo chiacchierato del suo lavoro, dei progetti più importanti e delle numerose attività collaterali svolte sin dagli inizi della sua avventura nella progettazione di interni ed esterni.

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Quando e come è stato fondato RetailDesign?

RetailDesign è nato nel 1999 dall’idea di costituire un laboratorio di ricerca e progetti ispirato dalle culture del Retail e del Design e dalla visione che dall’incontro dialettico tra queste culture possa nascere, attraverso progetti sensibili e consapevoli, un’innovazione non sterile, ma pensata per il miglioramento della qualità della vita delle persone. In realtà, la nostra attitudine a considerare il fattore umano come elemento centrale del processo creativo, ha suscitato negli anni a seguire crescente interesse in committenti interessati a progetti sociali, culturali ed abitativi, spesso anche fusi in concetti inediti di architetture urbane esistenti.

Chi sono i fondatori e come collaborano insieme?

RetailDesign fu fondato da me. Fin dalla sua fondazione nel laboratorio sono confluiti architetti, designer, artisti, grafici con interesse e propensione multidisciplinare, animati da curiosità e propensione all’innovazione, allo storytelling, alla dimensione sociale del fare architettura, all’occuparsi con passione del patrimonio edilizio esistente e della sua riqualificazione. Per ogni progetto quindi in RetailDesign vengono costituiti dei team di progetto multidisciplinari nei quali le competenze tecniche vengono messe
alla prova nella ideazione di progetti con alto valore di pensiero e contemporaneamente efficacia di soluzione pratiche, estetiche e sostenibili.

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Se dovessi definire il concept dello studio in una frase, quale sarebbe?

Un’indagine permanente sul fascino misterioso delle relazioni tra luoghi, cose e persone.

Tra i progetti realizzati nel corso degli anni, quali ricordi con maggiore interesse?

Sicuramente Ambasciatori, un luogo che aveva ospitato nel passato un mercato, una chiesa, un cinema a luci rosse, rigenerato in uno spazio di commercio e cultura con libreria, ristorazione di eccellenza a marchio Eataly e spazio eventi, un vero landmark nel cuore di Bologna.
E poi la libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele, a Milano, all’interno della quale Enzo Biagi e Oriana Fallaci avevano il loro studio preferito, una libreria e un luogo d’incontro scolpito nell’immaginario collettivo degli amanti delle metropoli, un luogo da dedicare ai book lovers contemporanei, ugualmente attratti dal profumo della carta stampata ed i nuovi linguaggi digitali.
Ma non possiamo dimenticare le nostre origini nel mondo della moda dal quale proveniamo, e quindi alla lista non può mancare il prototipo del concept store Puma Urban Mobility a New York, in Union Square, ancora un confronto con l’energia delle città nel tentativo di catturarne l’essenza e la bellezza della loro fruizione.

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Quale ruolo gioca Venezia all’interno delle scelte e dell’estetica dello studio?

Il nostro indirizzo si sviluppa in due parole, Venezia e Marghera.
La nostra visione di Venezia si ispira ad una celebre mostra fotografica che si intitolava proprio così esprimendo attraverso il talento dei migliori fotografi italiani, una visione di un territorio sospeso tra il peso ed il mito della città storica per eccellenza, Venezia, e una città post-industriale, Marghera, il cui progetto dirà molto della nostra capacità di esprimere proposte per la qualificazione degli spazi degradati delle nostre periferie ed aree industriali.
Questa visione di Venezia, ancor oggi sospesa tra la sua grande e decadente bellezza e le speranze di uno sviluppo possibile e sostenibile, alimenta notevolmente il nostro senso dei luoghi in ogni parte del mondo ci capiti di progettare e la nostra sensibilità per il paesaggio, l’architettura e la città, intesa come la “nostra migliore produzione collettiva”, come ci ricorda Ricky Burdett.

Nel 2012, hai condotto dei Master presso l’Università di Tongiji e con il Politecnico di Milano, e hai fondato l’ AtelierPaoloLucchetta Co Ltd. Di cosa si tratta?

Lavorare con brand internazionali ha favorito le opportunità di partecipazione a processi di innovazione e di design articolati e complessi in contesti variegati.
Questa esperienza, culminata con i progetti per Puma durante le Olimpiadi del 2008, ci ha messo in contatto con le Università cinesi particolarmente attratte dal fascino di un certo Made in Italy e alla ricerca di esperienze qualificate nel mondo dell’architettura d’interni.
Nonostante il sistema paese ancora non pare credere nelle sue qualità, la nostra esperienza dimostra invece l’evidenza del fattore di seduzione esercitato nel mondo dallo stile di vita italiano e dalla nostra cultura dell’abitare.
L’idea dell’Atelier è iniziata così e in questi anni il nostro contributo in progetti internazionali è cresciuto con continuità: in questi mesi stiamo lavorando negli Emirati per l’ideazione di un nuovo modello di souk contemporaneo, all’interno di un’architettura di Norman Foster ad Abu Dhabi, e a Mosca attorno alle questioni del cibo e dello stile per un’importante imprenditore con un progetto denominato l’Alfabeto del Gusto.

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Contemporaneamente sei ricercatore allo IUAV di Venezia. Come concilii queste attività?

Svolgiamo spesso attività di ricerca e didattica in diversi istituti universitari nazionali ed internazionali. Il confronto con il mondo degli studenti e delle università è un momento fondamentale per lo sviluppo di un mestiere basato sul concetto del “permanent learning”, l’apprendimento costante. Le cose ed i luoghi evolvono nei loro significati in un costante processo di apprendimento e di relazione con le persone. È l’estetica delle relazioni l’area di ricerca che rappresenta il cuore delle nostre attività, che si esprime a confronto con ambiti e culture diverse e che nutre la nostra immaginazione e la voglia di migliorare il mondo che ci circonda.

Quando hai sentito parlare per la prima volta di Mutina?

Con il marchio Mutina avevo colto in riviste specializzate finalmente un nuovo atteggiamento estetico ed una nuova sfida nei confronti di tecnologie e materiali che rivendicavano un’autonomia di pensiero rispetto ad un settore manifatturiero omologato su stereotipi commerciali. Una visita al Cersaie di Bologna mi convinse del valore immediatamente percepibile dell’allestimento dello spazio Mutina e dell’alleanza benefica tra il saper fare artigianale e la produzione industriale, qualità forse definibile come la quintessenza del design.

Hai una collezione preferita?

La mia collezione preferita, utilizzata in due progetti ai quali teniamo molto – la libreria Rizzoli e il concept ZetaZegna di Milano e Chengdu – è la Mews di Jay Osgerby e Edward Barber, ispirata dalle variazioni di luce e ombra del paesaggio londinese, concepiti con la detonalizzazione del colore e con pattern apparentemente casuali, concetti che restituiscono allo spazio, vibrazioni eleganti ed inattese. Una sorta di Smart Neutrality che ben si presta alla nostra ambizione di disegnare spazi narrativi con semplicità e carattere.

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Se dovessi associare una particolare realizzazione a Mutina, di cosa si tratterebbe?

Credo di non avere dubbi nel considerare l’edificio disegnato da Angelo Mangiarotti negli anni ’70 come la sintesi dei valori del marchio a cui Mutina si ispira, in particolare la capacità delle sue collezioni di dialogare con l’architettura, l’ingegneria, il design e l’arte. Grazie ad Angelo Mangiarotti, anche di questo.

C’è qualche progetto particolarmente interessante che vorresti condividere con noi?

Sui nostri tavoli in questi giorni ci si occupa dell’architettura di un souk contemporaneo,(ovvero l’anima e il senso di una tipologia dell’architettura vecchia come il mondo, attualizzata per nuovi soggetti e oggetti contemporanei in uno spazio di qualità), rappresenta una sfida estetica, culturale, ma anche tecnologica ed economica.