A TALK WITH PEPI MARCHETTI FRANCHI

Fotografie di Andy Massaccesi

 

Pepi Marchetti Franchi è direttrice della galleria Gagosian di Roma dal 2007. Nel corso degli anni la sede ha visto abitare le sue sale da opere di artisti contemporanei del calibro di Cindy Sherman, Franz West, Yayoi Kusama, Richard Serra, Damien Hirst e molti altri. Il rapporto con l’arte di Marchetti Franchi affonda le radici nella sua infanzia, nella prima visita a un museo della capitale che le fece capire subito di cosa avrebbe vissuto: “lavorare tra cose belle”. Arrivano così gli anni a New York, il lavoro al Guggenheim e infine l’avventura in una delle gallerie più importanti e prestigiose al mondo. Siamo andati a Roma per conoscerla meglio e farci raccontare la sua storia.

 
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Come ti sei avvicinata al mondo dell’arte e come sei finita ad appassionarti di quella contemporanea?

Non riesco a dimenticare la prima visita in un museo durante una gita scolastica alle elementari. Fu il momento in cui decisi che avrei voluto lavorare tra cose belle e con una storia. Sono stati gli anni a New York prima per il Master e poi lavorando al Guggenheim che mi hanno defini​tivamente avvicinato al contemporaneo. L’arte accadeva lì, accanto a me. 

Hai rapporti con i più grandi artisti contemporanei. Raccontaci un aneddoto che ti è rimasto particolarmente impresso.

L’incontro con gli artisti ed il lavoro con loro è la parte più emozionante del mio lavoro. Ci sono tanti ricordi che occupano un posto speciale, ma tra questi una partita di ping pong con Robert Rauschenberg nel suo studio di Captiva in Florida, o la visita alla Chiesa di San Francesco a Ripa (Roma) con Walter De Maria.

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Come è stato aprire il progetto Gagosian ed essere un’italiana che rappresenta una realtà americana a Roma?

Una grande inaspettata avventura. Quando Larry Gagosian me lo propose ero molto scettica ma non mi ci è voluto molto per capire che fosse una buona idea: l’emozione per un artista di lavorare in una città come Roma, tra eccellenze di architettura, arte e archeologia non ha eguali.  L’aver trovato uno spazio dall’architettura unica ed inaspettata ha poi costituito un ingrediente fondamentale per il successo di questa avventura.

Quali sono state le differenze che hai notato dopo le tue esperienze museali negli States, trasferendoti nuovamente in Italia?

In America se sei capace e ti dai da fare arrivi dovunque, anche io in un paese straniero e senza conoscere nessuno dopo un anno avevo un contratto al Guggeneheim. Per un giovane è un panorama dalle mille opportunità. Degli americani mi ha colpito il poter sempre contare sulla parola data. In Italia è spesso in agguato il “dicevo per dire” ma è vero anche il contrario: qui un no si può sempre trasformare in si!

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Qual è il pensiero dietro al progetto Gagosian Roma? Quali sono gli obiettivi per una città come Roma, così fortemente radicata nella cultura classica, nell’ambito dell’arte contemporanea?

La galleria è nata dalla constatazione che Roma e l’Italia rappresentano un’esperienza unica per un artista. Avere uno spazio qui ci permette di fare ai nostri artisti un grandissimo regalo, portarli in un’altra dimensione, ricaricare le loro batterie e la loro creatività. È stato per esempio molto interessante proporre a John Currin di esporre a Firenze o a Thomas Houseago alla Galleria Borghese. 

Che cos’è l’italianità secondo te oggi e come la vivi personalmente?

Mi sembra che l’italianità abbia fatto un grande balzo in avanti. Dalla gastronomia alla moda gli ultimi anni ci hanno visto più che mai protagonisti.

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Quando hai avuto il primo contatto con Mutina? Cosa ti ha colpito di più dell’azienda?

Ho conosciuto prima Massimo Orsini di cui mi ha colpito la passione, la curiosità e l’attenzione per la qualità – caratteristiche che mi sembra di vedere riflesse forti e chiare nell’azienda.

Uno degli aspetti fondamentali di Mutina è la collaborazione con designer di fama internazionale. Quale artista secondo te potrebbe collaborare con l’azienda?

Tutti quelli che fanno dell’invenzione e della sperimentazione il loro campo di indagine. 

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