Talks
26.03.18

A talk with Cecilia Alemani

Fotografie di Brian Ferry
Milanese di origine e newyorkese di adozione, Cecilia Alemani gestisce il programma di arte pubblica della High Line dal 2011, oltre a collaborare saltuariamente con diversi progetti artistici, come la direzione del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia dell’anno scorso. Durante il nostro incontro siamo tornati alle origini della sua passione per l’arte contemporanea, abbiamo parlato del mestiere di curatore, della collaborazione con l’artista Giorgio Andreotta Calò e del contrasto tra contemporaneità e tradizione in Italia.

Il tuo percorso universitario è iniziato con la facoltà di filosofia a Milano e si è concluso con un master in studi curatoriali a New York. Cosa ti è rimasto impresso di quegli anni? In che modo hanno influenzato il tuo approccio all’arte?

Ho studiato filosofia con indirizzo in estetica, e in quegli anni mi sono anche appassionata di arte contemporanea. Diciamo che il mio ingresso nella sfera artistica è avvenuto grazie a un approccio accademico: studiavo il ruolo dell’arte nel formare e plasmare il pensiero contemporaneo e ciò mi ha portato ad apprezzarla non solo come disciplina astratta, ma anche come strumento per rapportarsi al mondo. Gli studi a New York sono stati molto più specifici, volti alla pratica curatoriale, ma la mia vera passione era già nata molti anni prima.

Come definiresti il mestiere di curatore? Cosa fa la differenza?

Mi piace pensare al curatore come colui che facilita il rapporto tra gli artisti e le istituzioni. Deve essere una persona senz’altro creativa, ma anche pragmatica e che abbia voglia di lavorare tanto per realizzare progetti validi. Fa la differenza se sai ascoltare, se hai un buon occhio e se leggi molto.

Dal 2011, curi il programma di arte pubblica della High Line di New York. In che modo si relazionano le installazioni al paesaggio circostante?

Le opere che mostriamo sono praticamente tutte nuove e concepite appositamente per lo spazio della High Line: un luogo bellissimo, in cui si intrecciano la storia di un passato industriale, un giardino unico fatto di piante native e un design dei più avanzati. A questo si aggiungono 8 milioni di visitatori che arrivano ogni anno da tutto il mondo. Le nostre mostre durano un anno intero, e la ragione principale è proprio il fatto di voler creare un dialogo intenso tra le opere e la vegetazione che cambia ogni tre o quattro settimane. Quindi anche per coloro che abitano a New York una passeggiata sulla High Line porta sempre nuove sorprese: le sculture possono essere completamente avvolte dalla vegetazione, nascoste sotto una coltre di neve, oppure circondate da centinaia di visitatori. L’arte è un motivo per tornare a visitare il parco più volte e vedere come le opere cambiano di mese in mese.

Mi piace pensare al curatore come colui che facilita il rapporto tra gli artisti e le istituzioni. Deve essere una persona senz’altro creativa, ma anche pragmatica e che abbia voglia di lavorare tanto per realizzare progetti validi.

Lo scorso anno sei stata nominata direttrice del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Il risultato è stato un successo acclamato a livello internazionale. Qual era il concept di partenza? E come sono stati scelti gli artisti esposti?

Ho affrontato lo spazio difficile e gigantesco del Padiglione nello stesso modo in cui penso a quello della High Line: ho invitato tre artisti, che non fossero intimoriti dalle dimensioni della struttura, a produrre delle opere nuove, pensate in relazione alle caratteristiche principali dello spazio. La mostra si intitolava Il Mondo Magico, e guardava a come il lavoro di tre artisti contemporanei potesse connettersi a una visione magica del mondo.

In questa occasione hai avuto modo di lavorare con Giorgio Andreotta Calò, vincitore della prima edizione di This Is Not a Prize di Mutina. Come si è evoluta la vostra collaborazione?

Con Giorgio avevo già lavorato in precedenza proprio sulla High Line, dove fece forse il lavoro più microscopico e quasi invisibile che abbiamo mai mostrato. Giustamente, quando si è trattato del Padiglione è andato invece nella direzione opposta! Giorgio aveva grande familiarità con lo spazio perché aveva lavorato in Biennale tanti anni fa, e credo fosse il suo sogno nel cassetto poter realizzare quell’opera specifica. Quindi un’idea fortissima all’inizio, e un lungo e tortuoso viaggio per la sua realizzazione.

Hai collaborato con istituzioni artistiche in diverse parti del mondo e sperimentato varie percezioni e modi di relazionarsi all’arte. Quali differenze hai riscontrato tra l’approccio in Italia e a livello internazionale?

Penso che in Italia ciò che frena il sostegno all’arte contemporanea sia la “competizione” con la tradizione artistica italiana di altre epoche, che naturalmente va salvata e valorizzata, ma a volte guardarsi troppo indietro impedisce di andare avanti.

Hai familiarità con Mutina?

Sì, certo!

Hai una collezione Mutina preferita? Perché?

Mi piace Pico, perché conserva un livello di matericità e artigianalità difficile da trovare in un prodotto industriale come le piastrelle.

Trovandoti a suggerire uno degli artisti con cui hai collaborato per una collezione Mutina, chi sceglieresti? Perché?

Max Hooper Schneider, perché potrebbe realizzare una ceramica con un mini acquario dentro!

Quindi un’idea fortissima all’inizio, e un lungo e tortuoso viaggio per la sua realizzazione.
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