A TALK WITH NERI&HU

Fotografie di Pedro Pegenaute

 

Architetti e designer dal bagaglio multiculturale e con un’approccio orientato all’interdisciplinarità, Rossana Neri e Lyndon Hu hanno fondato Neri&Hu Design and Research Office nel 2004. Durante il nostro incontro, la coppia ha raccontato com’è nato lo studio e quali valori persegue, ha parlato del tema dell’identità legato alla pratica progettuale e del valore storico che subentra in caso di ristrutturazioni.

 

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Come vi siete conosciuti?

Abbiamo entrambi frequentato la Berkley e lavorato da Michael Graves per alcuni anni, ma mai nello stesso team. Dopo essere tornati a Shangai e aver lavorato insieme, abbiamo deciso di fondare il nostro studio. È stato come se avessimo sempre saputo che un giorno avremmo collaborato, ci è venuto spontaneo.

Raccontateci la storia di Neri&Hu Design and Research Office. Quali valori alimentano il progetto fin dall’inizio?

Abbiamo avviato il nostro studio nel 2004. Ci rendemmo conto di quanto avremmo potuto contribuire in un’era così emozionante per l’architettura cinese, e avviammo il progetto. Esplorare tematiche quali cultura e identità, così come approcciare il design in un’ottica interdisciplinare, sono diventati la nostra preoccupazione principale e ci hanno aiutati a formulare una metodologia progettuale.

Dal momento che avete studiato e vissuto negli Stati Uniti per diversi anni, come descrivereste la vostra estetica? In che modo esprimete questa duplice influenza orientale e occidentale nei vostri progetti?

Ci piace una citazione del filosofo francese Antoine de Saint-Exupéry: «Non aspiriamo all’eternità, speriamo solo che ciò che ci circonda non perda di significato». Questa frase è profondamente connessa all’etica del nostro lavoro. Quando eravamo più giovani, era di estrema importanza fare riferimento al concetto di identità in ogni progetto. Ora invece sembra che i rimandi alla Cina nel design siano più importanti per i critici che per noi, soprattutto quelli stranieri, che amano esplorare la questione dell’identità.

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Il vostro approccio all’architettura è fondato su una ricerca costante. Da dove traete ispirazione?

Visitiamo tanti posti diversi, ma quello che ci ispira di più sono la vita di tutti giorni, la banalità e l’ordinario. Il tessuto cittadino di Shanghai e le attività quotidiane svolte dentro e fuori dalla città.

Quest’anno avete partecipato alla creazione di Elle Decor Grand Hotel presso Palazzo Morando, a Milano. Come si è sviluppato il progetto? Che tipo di esperienza avete voluto ricreare con Invisible Rooms?

Inizialmente siamo stati approcciati da Livia Peraldo di Elle Decor Italia, che voleva fossimo i primi designer orientali a creare un’installazione sul tema dell’ospitalità a Palazzo Morando, e ovviamente ci siamo sentiti onoranti. Ispirandoci a Le città invisibili di Italo Calvino, abbiamo cercato di superare l’idea convenzionale di hotel, evocando nuove possibili funzionalità della struttura. Abbiamo tradotto i luoghi del romanzo in una serie di stanze che fanno dell’ospitalità contemporanea un potenziale punto di raccordo non solo tra culture diverse, ma anche tra fantasia e funzionalità, pubblico e privato, storico e moderno.

Pensate che sia possibile ristrutturare un’architettura e, al tempo stesso, preservarne la storia? Come affrontate questioni di questo tipo nella pratica progettuale?

Senza ricerche serie e approfondite, un progetto legato sia all’antico che al nuovo rischia di fossilizzarsi su proporzioni e finiture, mancando di profondità. Circa otto anni fa, abbiamo avuto l’opportunità di ristrutturare tre vecchi edifici: Waterhouse, Split House e Design Commune. Ci siamo dovuti confrontare con questioni come il riuso adattivo, il patrimonio, la memoria, l’identità, la riqualificazione urbana… Essendo abituati a progettare edifici e interni completamente nuovi, tutti erano convinti che avremmo realizzato una ristrutturazione classica, ma abbiamo fatto molta ricerca e dato il via a una rivoluzione concettuale.

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Quanto è importante la sostenibilità nel vostro lavoro?

Molto importante. Dobbiamo lasciare un mondo migliore alla nostra prossima generazione. Riutilizziamo spesso materiale recuperato sul posto o da altri detriti edilizi. Inoltre, minimizzare gli sprechi e insistere sulla qualità così che tutto duri più a lungo non è solo basilare, ma essenziale.

Ricordate la prima volta che avete sentito parlare di Mutina? Cosa vi ha più colpito dell’azienda?

Patricia Urquiola ci aveva parlato di questa nuova azienda di ceramiche per cui stava lavorando. Suggerì a Massimo di visitare il nostro ufficio e di mostrarci le collezioni Mutina, di cui ci siamo innamorati.

Avete una collezione preferita? Perché?

È difficile scegliere. Sette anni fa abbiamo usato Déchirer per Le Meridian Hotel di Zhengzhou, e oggi ha ancora un aspetto splendido. Abbiamo utilizzato anche le collezioni progettate da Ronan e Erwan Bouroullec, Tokujin e Grcic. Ci sono tante collezioni Mutina meravigliose.

A cosa state lavorando ultimamente?

Siamo impegnati in vari progetti di architettura e collaborazioni con diverse aziende di design.