A TALK WITH ROLF FEHLBAUM

Fotografie di Pascal Grob

Rolf Fehlbaum e il suo lavoro da Vitra sono sempre stati fonte di grande ammirazione per Mutina. Lo abbiamo conosciuto per la prima volta a una mostra dedicata ai fratelli Bouroullec, a Parigi, e subito si è creata grande sintonia. In molte sfaccettature il suo lavoro, la sua filosofia e il rapporto con i designer, riflettono ciò che vogliamo realizzare con la nostra azienda: un dialogo tra design e arte, tradizione e innovazione, avendo lo sguardo ben fisso al futuro a venire. Abbiamo incontrato Mr. Fehlbaum al Vitra Campus e abbiamo chiacchierato sul suo passato, i grandi incontri della sua vita e, ovviamente, del futuro.

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Pensare che Vitra sia ancora, in parte, una società “a conduzione familiare” è straordinario . Come ci si sente a far parte dello stesso brand che i tuoi genitori hanno creato nel 1957 e nel quale ora lavorano anche i vostri nipoti?

Inizialmente non pensavo che una azienda di famiglia fosse una buona idea. Quando, esitando, ho iniziato a collaborare con loro pensavo sarebbe stato solo per pochi anni. Nel frattempo mi sono convinto che il metodo a conduzione familiare sia molto buono per una azienda di design in quanto questo tipo di business ha bisogno di un lungo orizzonte temporale e un punto di vista commerciale-culturale ben definito. Un’azienda di famiglia può includere criteri non commerciali. Tutto dipende, ovviamente, se in famiglia ci sono persone con le competenze e il carattere necessario. Siamo molto fortunati in Vitra, perché mia nipote Nora soddisfa tutti i criteri necessari e quindi Vitra continua ad operare ancora oggi come impresa familiare.

Qual è il suo ricordo più bello legato alla storia di Vitra?

Direi l’apertura del Vitra Design Museum, nel 1989. È stato il primo edificio di Frank Gehry fuori dagli Stati Uniti e l’installazione di un museo del design con uno status indipendente, è stato importante per Vitra e molto soddisfacente anche per me stesso.

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L’incontro a lei più caro?

I miei incontri più cari sono sempre stati quelli con i designer, da Charles Eames a George Nelson, ad Antonio Citterio, Alberto Meda, Jasper Morrison, Hella Jongerius, Konstantin Grcic, i fratelli Bouroullec e altri. Beh, dovrei anche citare alcuni incontri con gli architetti: Frank Gehry, Zaha Hadid, Alvaro Siza, Renzo Piano, Jacques Herzog e Pierre de Meuron. E indimenticabili: gli incontri con Tibor Kalman.

Si ricorda la prima volta che ha incontrato Massimo Orsini e il team di Mutina?

Sì, me lo ricordo molto bene. È stato dopo il vernissage della personale dei Bouroullec al Musée des Arts Décoratifs. È stato amore a prima vista. Abbiamo immediatamente legato e stretto amicizia. Professionalmente, per me è stata la scoperta della ceramica come un tema molto importante. Non ne ero mai stato realmente a conoscenza, ma quando sono entrato in contatto con Mutina, ne ho sentito l’impatto.

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Qual è il suo motto?

Se devo dare una risposta senza troppe riflessioni direi: “Fai il meglio con ciò che hai”. Questo significa, per esempio, accettare di buon grado il fatto di essere bravi in determinate cose e meno in altre, così da concentrarsi sui tuoi punti di forza e compensare la tua debolezza lavorando con persone che hanno competenze complementari. Quindi si utilizza il punto debole per creare nuovi legami produttivi.

Dove si vede il prossimo anno?

Sono passato dal dirigere l’azienda all’essere senior advisor (e membro del consiglio). Mi godo questo ruolo e la nuova libertà che ne deriva, che è la conseguenza dell’avere molte meno responsabilità.