A talk with Dan Thawley
Dal 6 al 9 marzo 2026, nel Jardin des Tuileries di Parigi, torna MATTER and SHAPE, il salone di design diretto da Matthieu Pinet con la direzione creativa di Dan Thawley. Giunto alla sua terza edizione, l’evento si conferma come uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati al design contemporaneo, capace di mettere in relazione industria, arti decorative, progettazione e nuove pratiche autoriali.
In questo contesto, Mutina partecipa attraverso un dialogo con Ronan Bouroullec. Le nuove collezioni presentate – Aria, Adagio Outdoor e Motivo – testimoniano l’evoluzione di una collaborazione di lunga durata con il designer, fondata su una visione condivisa della ceramica come linguaggio espressivo, capace di intrecciare ricerca, bellezza, poesia e materia.
Nell’intervista, Dan Thawley racconta la visione curatoriale di MATTER and SHAPE, riflette sul significato della materialità oggi e sul ruolo della ceramica nel dibattito contemporaneo.
La tua carriera è iniziata nell’editoria di moda e si è gradualmente ampliata verso l’architettura, il design e l’arte contemporanea. In che modo questo background trasversale influenza oggi il tuo modo di scrivere, progettare e concepire uno spazio?
Sono sempre stato un lettore appassionato e ho a lungo ammirato scrittori e giornalisti capaci di attingere a riferimenti provenienti da tutte le culture quando scrivono di musica, moda o arte. Quel senso di contesto storico e geografico è essenziale: nulla esiste nel vuoto.
Soprattutto nell’attuale panorama creativo, così post-post-post-moderno — dove si potrebbe sostenere che tutto sia già stato fatto — diventa cruciale collocare oggetti, posizioni critiche e persino il proprio lavoro all’interno di una genealogia. Comprendere dove qualcosa si collochi, all’interno di un sistema di credenze o nella società, gli conferisce chiarezza.
Ho avuto la fortuna di incontrare ed essere guidato da persone dotate di questa consapevolezza ampia, di sé e del mondo circostante. Per me è iniziato con una famiglia creativa e, in seguito, con stilisti che andavano ben oltre il semplice creare abiti: erano costruttori di mondi. I loro capi esistevano in dialogo con gli interni, con collezioni d’arte, con la musica e persino con i rituali del mangiare e del bere. Questa dimensione interdisciplinare è fondamentale per pensare criticamente alla bellezza.
Dopo molti anni alla guida di A Magazine Curated By e numerose collaborazioni internazionali, come si è evoluto il tuo rapporto con la curatela? Quali sfide affronta oggi?
Innanzitutto, la parola “curatela” è spesso usata impropriamente per indicare semplicemente una selezione o una raccolta. La vera curatela richiede una conoscenza profonda di un ambito e la costruzione di una narrazione: una motivazione articolata che spieghi perché determinati elementi debbano coesistere in uno spazio o in un progetto.
Nel mondo del design contemporaneo, gli ambienti contestualizzati sono essenziali. Questo approccio si estende anche a MATTER and SHAPE come salone. Un ambiente coinvolge tutti e cinque i sensi. Pur non potendo controllare ogni espositore, possiamo fornire la cornice per una conversazione più ampia.
Esistiamo all’interno di un ecosistema specifico: durante la Paris Fashion Week, vicino a importanti musei come la Fondation Cartier e all’interno del complesso del Musée du Louvre. Istituzioni come la Bourse de Commerce fanno parte di questo dialogo culturale più ampio. Tutto ciò informa il nostro pensiero.
Oggi fare curatela significa muoversi tra brand, giovani designer, istituzioni e gruppi del lusso. Collegare i punti senza perdere coerenza.
Come editor, condensavo un mondo tridimensionale in una pubblicazione bidimensionale. In seguito, ho invertito il processo, traducendo le idee in esperienze spaziali.
La curatela è anche pedagogica: richiede chiarezza. Le arti talvolta si basano su conoscenze date per scontate, ma io credo nell’offrire al pubblico le chiavi per comprendere. Passione, profumo, celebrità: possono essere tutti punti di accesso.
Lavorare con importanti istituzioni come l’Estate Charlotte Perriand e collaborare con figure come Madhavi mi ha permesso di sintetizzare pratiche diverse nella visione di MATTER and SHAPE. Ha anche rafforzato il mio impegno nel sostenere i talenti emergenti e nel riconoscere che molti creativi attraversano discipline diverse nel corso del tempo. Questa fluidità tra moda, design e arte è molto reale.
MATTER and SHAPE si definisce un “design salon” — un formato ibrido tra fiera, piattaforma culturale e occasione sociale. Qual è stata la tua visione nel definirne l’identità e distinguerlo da altri eventi internazionali?
MATTER and SHAPE è nato lateralmente. Il nostro direttore, Matthieu Pinet, lo aveva inizialmente concepito come una piattaforma digitale — un progetto a lungo termine che si è poi evoluto in un evento fisico.
Il mio background nella moda e nel lusso mi ha dato una visione di come si costruiscono esperienze immersive. Volevamo sintetizzare questa conoscenza creando al contempo un nuovo spazio a Parigi.
Molte fiere consolidate custodiscono tradizioni importanti, ma poche offrono una piattaforma a brand contemporanei internazionali e a realtà familiari che operano al di fuori del modello della galleria. Il sistema delle gallerie ha il suo valore, ma non è l’unica struttura possibile per produrre design di qualità.
MATTER and SHAPE risponde anche alla migrazione delle maison di moda verso il Salone del Mobile di Milano. Ci siamo chiesti: perché non portare il design a Parigi durante la Fashion Week? Il Salone è straordinario ma saturo. Parigi, all’inizio della primavera, offre un ritmo diverso — un momento di emersione. Il pubblico presente per la Fashion Week costituisce un ecosistema fertile per il design. Sembrava il momento giusto per creare una piattaforma che intercettasse questa intersezione.
Il nome MATTER and SHAPE mette in primo piano il dialogo tra materia e forma. Cosa ti interessa di più oggi in questa relazione? E quale potenziale possiede la ceramica in questo contesto?
La ceramica è uno degli elementi costitutivi più primordiali dell’architettura — modellata dalle mani dell’uomo da millenni. Incorpora qualcosa di elementare: la terra trasformata attraverso il calore e il gesto.
La sua versatilità è straordinaria. Opaca o lucida, colore, texture, riproducibilità… Può essere artigianale o industriale, intima o monumentale. In un momento in cui i materiali estrattivi sono oggetto di scrutinio, la ceramica resta tangibile e tracciabile.
Abbiamo presentato materiali innovativi e sostenibili — tessuti a base di funghi, marmo ricostituito — ma la ceramica continua a risuonare fortemente nell’attuale clima culturale. C’è un ritorno alla tattilità, a un fare meditativo.
Mutina affronta la ceramica come materiale culturale prima ancora che tecnico, invitando designer e artisti di fama internazionale a reinterpretarla in modi radicali. Dal tuo punto di vista, cosa rende la ceramica un medium così rilevante nel dibattito contemporaneo? Quanto è importante l’autorialità in un sistema sempre più omologato?
Brand come Mutina dimostrano come la ceramica possa trascendere la funzionalità, entrando in contesti istituzionali come il Centre Pompidou. Vedere opere di Ronan Bouroullec presentate lì poco dopo la nostra prima edizione è stato particolarmente significativo.
L’autorialità resta cruciale, ma deve anche evolversi. Spesso è stata gerarchica e privilegiata. Sempre più mi interessa riconoscere il contributo collettivo.
La moda offre un parallelo utile. I social media hanno reso visibili le molte mani dietro una sfilata couture. Sebbene figure come Miuccia Prada restino centrali, oggi esiste maggiore trasparenza. Allo stesso modo nel design, le comunità della produzione e dell’artigianato meritano riconoscimento. La tracciabilità dovrebbe diventare parte della norma culturale. L’autorialità può essere condivisa senza sminuire la visione.
Cosa ti colpisce di più di Mutina? Come si posiziona nel contesto di MATTER and SHAPE?
Sono stato a Milano in occasione della Design Week 2025 e ho avuto l’opportunità di vedere la collaborazione fotografica con Brigitte Niedermair. Il suo sguardo preciso e geometrico, così attento alla prospettiva e all’ombra, ha portato un’intensità contemporanea alla rappresentazione degli interni. Sembrava quasi di entrare in una piazza metafisica.
Questa nozione di scala è centrale per MATTER and SHAPE 2026. Stiamo interrogando le categorie — edizione limitata, industriale, artigianale, da collezione — etichette che spesso si sovrappongono. Mutina incarna questa fluidità, operando tra produzione industriale di piastrelle ed edizioni guidate dall’autore.
All’interno dell’installazione, la ceramica funziona sia come superficie sia come oggetto. Il dialogo tra elementi fissi e mobili, interno ed esterno, riecheggia la condizione stessa del padiglione — una struttura temporanea in un giardino, permeata dalla luce.
C’è anche un calore mediterraneo — una sensibilità italiana in dialogo con un designer francese come Ronan Bouroullec. È qualcosa di radicato e al tempo stesso sospeso, come una terrazza. Siamo felici di ospitarlo a Parigi.