A talk with Benedetta Tagliabue
09.10.20

A talk with Benedetta Tagliabue

Fotografie di Silvia Conde
Co-fondatrice dello studio con sede a Barcellona EMBT, per Benedetta Tagliabue l’architettura è uno strumento di analisi e conoscenza del mondo. L'approccio creativo caratterizzato da un forte respiro internazionale, le ha permesso di portare l'attività al di fuori dei confini europei, arrivando fino in Cina. Durante il nostro incontro, ci ha parlato della storia dello studio e del progetto di Kālida Sant Pau, a cui ha lavorato insieme a Patricia Urquiola, con un focus speciale riguardo il tema della sostenibilità.
Co-fondatrice dello studio con sede a Barcellona EMBT, per Benedetta Tagliabue l’architettura è uno strumento di analisi e conoscenza del mondo. L'approccio creativo caratterizzato da un forte respiro internazionale, le ha permesso di portare l'attività al di fuori dei confini europei, arrivando fino in Cina. Durante il nostro incontro, ci ha parlato della storia dello studio e del progetto di Kālida Sant Pau, a cui ha lavorato insieme a Patricia Urquiola, con un focus speciale riguardo il tema della sostenibilità.
A talk with Benedetta Tagliabue
A talk with Benedetta Tagliabue

Ti va di parlarci del tuo percorso? Come si è evoluta la tua passione per l’architettura?

Credo che il mio percorso sia iniziato pian piano, anche con un pensiero un pochino analitico. Mi piaceva molto disegnare, mi piacevano la matematica e le scienze, ma soprattutto mi sarebbe piaciuto molto conoscere il mondo e l’architettura per me era un mezzo attraverso cui entrare nelle sue problematiche. Quando ho iniziato l’università ho pensato di aver sbagliato, però poi mi sono appassionata alla teoria, ai pensieri, ho provato tante cose… e la cosa più bella che ho trovato è stata Enric Miralles, che poi è diventato mio marito. Quindi ho unito la passione per la professione alla passione personale.

Qual è la storia di Miralles Tagliabue? Quando hai capito che era arrivato il momento giusto per aprire una nuova sede e come mai in Cina, a Shanghai?

Io e mio marito abbiamo aperto lo studio insieme perché non si poteva pensare di fare diversamente, era la nostra vita, e gli anni che abbiamo trascorso insieme sono stati intensissimi. Nel 2000 Enric ci ha lasciati, ma io ho continuato a lavorare come se l’avessi avuto a lato perché sapevo cosa avrebbe pensato, sapevo di avere la sua connivenza. C’era sempre questa presenza.

Io adoro la Cina da quando avevo diciotto anni, perché feci un viaggio che mi toccò molto profondamente. A un certo punto, nel 2002 sono stata invitata a far parte di una giuria olimpica. Ricordo di avere riso perché pensavo fosse uno scherzo, invece sono entrata in questo gruppo incredibile con i più grandi architetti del mondo e da lì, pian piano, le cose in Cina hanno iniziato a funzionare per me.

Come concili l’attività di architetto con quella di insegnante universitaria? In quale delle due figure ti rispecchi maggiormente?

Mi identifico molto di più come architetto, come persona che fa le cose e si diverte. Mi sento molto self-made. Nella facoltà di architettura cerco di trasmettere questo desiderio di inventare possibilità, percorsi e maniere. Cerco di portare e di spingere gli studenti all’investigazione, a volte anche verso luoghi che non conoscono. In questo senso il nostro studio è simile al mondo universitario.

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Io e mio marito abbiamo aperto lo studio insieme perché non si poteva pensare di fare diversamente, era la nostra vita, e gli anni che abbiamo trascorso insieme sono stati intensissimi.

Hai lavorato al progetto di Kālida Sant Pau insieme a Patricia Urquiola. Come si è evoluta la collaborazione? Quali sono state le fonti di ispirazione?

Patricia Urquiola è una grande amica e io ho molto rispetto per le sue capacità, la sua creatività e la sua simpatia. Una volta, mentre parlavamo, mi disse che era molto felice della sua situazione professionale e di quello che aveva ottenuto, ma le mancava un po’ dare agli altri. Io ero coinvolta nel progetto di Kālida Sant Pau da diversi anni, che era molto difficile perché si trattava appunto di un’iniziativa di charity, e pensai che sarebbe stato bellissimo coinvolgerla. Patricia è stata generosissima perché ha investito la sua forza, il suo studio e ha convinto i produttori delle sue creazioni a donare dei pezzi.

Le fonti di ispirazione sono state tante. Innanzitutto, un’influenza fortissima è stata trovarsi di fianco all’ospedale Sant Pau, che è un capolavoro di Lluís Domènech i Montaner, poi c’era la storia di questi centri: Kālida Sant Pau è legato a Maggie’s Centres, un network di ospedali nato dall’idea di Maggie Keswick, che aveva sentito la necessità di rendere le strutture inglesi più accoglienti, dando molta importanza anche ai giardini. Tutto questo ci ha portato a disegnare un padiglione immerso nella natura, costruito con materiali caldi che facessero sentire le persone a proprio agio: ci sono tanto legno, tanta ceramica, tanto colore e tanto verde.

Che ruolo ha ricoperto la sostenibilità?

La sostenibilità è stata fondamentale. Da un lato c’è quella energetica effettiva del padiglione, dove è stato possibile usufruire di un sistema geotermico pre-esistente che alimentava l’ospedale, dall’altro c’è la sostenibilità energetica delle persone che, trovandosi in un ambiente caldo, appagante e tranquillo, in qualche modo si sentono meglio. Non dico che sia una medicina, però è veramente importante.

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Ricordi la prima volta che sei entrata in contatto con Mutina? Cosa ti ha colpita di più dell’azienda?

Ho conosciuto Mutina attraverso Patricia Urquiola. L’azienda mi ha colpita molto perché realizza prodotti di grande qualità e, soprattutto, perché lascia lavorare e sperimentare con i materiali anche persone creative, capaci di portarli al limite. È una realtà che si apre al rischio – perché dietro a questa ricerca c’è sempre un rischio di mercato – e proprio per questo la ammiro molto.

Qual è la tua collezione preferita?

Quelle create da Patricia mi piacciono moltissimo.

Stai lavorando a qualche nuovo progetto di recente?

Stiamo lavorando a un bellissimo progetto in Cina, nel centro di Shangai. Ci hanno chiesto di ridisegnare una piazza: ci saranno attrazioni speciali, come un teatro sperimentale con olografie, ma sarà anche molto sostenibile. Ci fa incredibilmente piacere lavora in una città così lontana. Siamo stati in molti luoghi d’Europa, a Barcellona, in Italia, in Germania… però adesso poter riprogettare una piazza in Cina è emozionante.

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Mi identifico molto di più come architetto, come persona che fa le cose e si diverte. Mi sento molto self-made.
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