Talks
24.01.18

A talk with Sharis Alexandrian

Fotografie di Tanya Houghton
Circondata dai più svariati stimoli artistici fin da bambina, Sharis Alexandrian ha fatto della passione per l’arte contemporanea la sua professione, che da Beirut l’ha portata a Londra, dove oggi è una dei direttori della famosa galleria di arte contemporanea White Cube. Durante il nostro incontro abbiamo parlato dell’ambiente artistico nella Parigi di vent’anni fa, delle sue prime esperienze lavorative e di come sia passata dalla facoltà di legge a quella di storia dell’arte.

Da più di cinque anni sei una dei direttori della White Cube Gallery, una delle più famose gallerie di arte contemporanea con sedi dislocate in diverse parti del mondo. Prima ancora, quali sono state le tue esperienze in questo campo?

Prima di trasferirmi a Londra, ho lavorato per un po’ di tempo alla Galerie Jerôme de Noirmont di Parigi. Era piuttosto piccola paragonata alla White Cube, ma aveva un grande programma e rappresentava artisti come Georges Condo, Francesco Clemente, Miquel Barcelo, Jeff Koons e molti altri. Abbiamo avuto tanti bei momenti. Ricordo l’allestimento per la mostra di Jeff Koons allo Château di Versailles nel 2008… È stato davvero meraviglioso! Prima ancora ho lavorato nel dipartimento dedicato agli Impressionisti e all’Arte Moderna alla Christie’s di Parigi. Erano i primi anni 2000 e in quel periodo gli impressionisti dominavano le aste più importanti, mentre il mercato dell’arte contemporanea occupava ancora uno spazio esiguo. Poi le cose sono cambiate completamente. L’esperienza alla Christie’s mi ha permesso di allenare lo sguardo ed esercitarmi nella lettura di dipinti e sculture. Parigi allora era una fucina di risorse cui si attingeva per le aste di Londra e New York, abbiamo visto partire molti quadri di Picasso, Matisse, Leger, Monet…

Cosa ti affascina di più dell’arte contemporanea e del suo linguaggio? Com’è nata questa tua passione?

Nella mia famiglia tutti erano portati per il ballo, la pittura, la scultura, la musica, quindi l’arte ha sempre fatto parte della mia vita mentre crescevo tra Beirut e Londra. Sono l’unica che, inizialmente, ha preso una strada diversa decidendo di studiare diritto pubblico internazionale! Poi nel 1997, mentre ero a Londra, ho visitato Sensations’ alla Royal Academy; lo squalo di Damien Hirst sospeso nella formaldeide; i manichini di bambini di Jake e Dino Chapman, con i genitali innestati in viso; Sarah Lucas, Jenny Saville, Rachel Whiteread… Quella per me è stata la svolta. Sono tornata a Boston, ho lasciato legge e ho ho iniziato la facoltà di storia dell’arte, per poi passare ad art management. Credo di aver sempre saputo che avrei voluto lavorare in un settore capace di commentare in modo forte la nostra società. Diritto internazionale era una strada possibile, ma mi appassiona molto di più lavorare con gli artisti.

White Cube è il nome della galleria, ma descrive anche lo spazio ideale in cui esporre un’opera: semplice e immacolato. Se invece dovessi pensare a un’ambientazione inusuale, quali caratteristiche avrebbe?

Vero. Gli spazi di questo tipo sono i più utilizzati per allestire mostre di arte contemporanea. Tuttavia, mi piace molto anche sperimentare ambientazioni come il Palazzo Fortuny di Venezia. La contraddizione estetica tra spazio e opera dà vita a una lettura diversa dell’arte contemporanea. È davvero un peccato che non ne ospiti più. L’ultima, Intuition, curata da Axel Vervoodt e Daniela Ferreti, è stata eccezionale.

Ricordo l’allestimento per la mostra di Jeff Koons allo Château di Versailles nel 2008… È stato davvero meraviglioso!

Ricordi la prima volta che sei entrata in contatto con Mutina?

Lo ricordo perfettamente. Massimo stava cercando una scultura di Tracey Emin, un’opera bellissima intitolata “Those who suffer Love”. È stato difficile trovarla, ma lui era molto determinato

Cosa ti ha colpito di più dell’azienda?

Mi hanno colpito quelle che io chiamo ‘le due P’: Passione e Perfezione, che guidano l’etica di Mutina.

White Cube è stata una delle gallerie presenti a FIAC 2017. Anche Mutina ha partecipato con This Is Not a Prize, il premio che viene assegnato annualmente come parte del progetto Mutina for Art. Il vincitore di quest’anno è stato Jochen Lempert. Hai familiarità con il suo lavoro? Cosa pensi a riguardo?

Credo sia bellissimo che Mutina si occupi di riconoscere e supportare gli artisti emergenti con questo premio. La creatività è l’elemento chiave che lega l’una agli altri. Purtroppo Jochen Lempert è ancora piuttosto sconosciuto al di fuori degli ambienti museali. Il suo lavoro è unico e incredibile: esplora le proprietà e la matericità dell’immagine fotografica, come mostrato dai suoi processi di sviluppo e di stampa. Penso sia un artista abbastanza sottovalutato e che meriterebbe maggiore riconoscimento.

Hai una collezione preferita? Perché?

Questa è una domanda difficile. Come faccio a sceglierne una sola? Ho un gusto minimal… Penso che Folded di Raw Edges sia geniale, ma c’è anche Bas-Relief di Patricia Urquiola, vagamente Moorish eppure incredibilmente semplice. Non posso proprio scegliere.

Sappiamo della tua grande passione per i viaggi. Qual è la tua prossima tappa?

Il 5 febbraio andrò a Dallas, poi Città del Messico.

La contraddizione estetica tra spazio e opera dà vita a una lettura diversa dell’arte contemporanea.
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