A TALK CON GIORGIO ANDREOTTA CALÒ

Fotografie di Matteo Pastorio

 

In occasione della Biennale d’arte di Venezia 2017, si conclude il percorso della prima edizione di THIS IS NOT A PRIZE, iniziato nel 2016 con Artissima e l’artista Giorgio Andreotta Calò che è stato selezionato dalla curatrice Cecilia Alemani per essere uno dei tre artisti italiani protagonisti del Padiglione Italia. Mutina, come previsto dal concept di THIS IS NOT A PRIZE, ha scelto di supportarlo nella produzione della sua opera.
Giorgio è tra gli artisti italiani più riconosciuti della sua generazione. Il suo lavoro è incentrato su materiali primordiali – come pietra, bronzo e acqua – in grado di evocare il passaggio del tempo e rappresentare con efficacia i segni del nostro divenire, fisico e mentale. Per mezzo di gesti semplici o di spettacolari percorsi, l’artista costruisce immagini poetiche metaforiche di condizioni esistenziali: essere sospesi, rispecchiarsi e andare oltre grazie al potere dell’immaginazione.
Lo abbiamo intervistato in seguito alla visita alla nostra sede, per conoscerlo più da vicino.

 
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Partiamo dal principio. Cosa è venuto prima della tua carriera da artista? Raccontaci la tua storia.

La mia storia è legata a Venezia.
Qui sono nato e questa città mi ha sempre accompagnato anche in altri luoghi in cui ho vissuto: Parigi, Berlino, Roma, Amsterdam, New York.
È come se la cercassi sempre e ovunque anche se oggi è molto diversa da come l’ho vissuta prima di partire. Lei è cambiata invece io credo di essere sempre rimasto lo stesso.
Non ho deciso che un giorno avrei fatto l’artista, è sempre stato così.
Quando ero bambino andavo con gli amici per i palazzi abbandonati che ora sono diventati alberghi.
Ci muovevamo per la città con una libertà estrema e l’unico pericolo era quello di cadere in acqua.
Sono stato sempre circondato dall’acqua…

Quale significato racchiude Venezia, in relazione alla tua esistenza privata e pubblica? In che modo ha influenzato la tua arte?

Esser nato a Venezia ha profondamente influenzato la mia vita. È una città che amo e detesto, una città che riflette se stessa. Che tutti conoscono e pochi comprendono. In pochi anni è stata travolta da un turismo selvaggio per il quale è stata prodotta un’immagine della città da poter vendere facilmente e velocemente senza bisogno di andarla a cercare, capirla, di passarci più tempo. Per questo Venezia, nella sua complessità, è pressoché sconosciuta ai greggi di turisti che vi pascolano.
Questo luogo più di altri è paradigma di un processo di cambiamento in atto, o che è già avvenuto nel nostro presente. Per me rappresenta un osservatorio e un’inesauribile fonte di ispirazione.
La città è anche il suo doppio. La città reale e il suo riflesso nell’acqua. La riflessione è una condizione di chi ci abita, la sua forma mentis. Fluidità del pensiero, un tempo rallentato, a tratti sospeso, un tempo scandito dal flusso della marea. Questa marea entra ed esce in città, cambia stato, si vaporizza e penetra nelle ossa, sommerge le strade d’inverno, imputridisce e stagna d’estate.

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È per queste ragioni che l’acqua è diventata uno dei tuoi mezzi di espressione favoriti? Che ruolo dai a questo elemento naturale all’interno delle tue opere?

L’acqua è per me al tempo stesso un elemento e un agente scultoreo.
La sua azione trasforma altri materiali. Si configura rispetto al contenitore che la accoglie e di per se non ha forma, se non transitoriamente. Coincide con la dimensione fluida del pensiero, nel suo scorrere. La riflessione dunque non è solo un fatto visivo ma è anche uno stato mentale. Riflettere è pensare alla forma come al processo che l’ha generata.
Questo processo è per me una combinazione di azione naturale e antropica. Da un legno eroso nel tempo dall’acqua alla costruzione della forma simbolica di una clessidra.

Anche il concetto di tempo ha influito su molti dei tuoi lavori, soprattutto per le Clessidre. Quale processo creativo si cela dietro queste opere e come vengono realizzate?

Per me si tratta di rappresentare in forma scultorea l’idea di passaggio del tempo. Si tratta di una riflessione sulla forma appunto, non solo visivamente ma anche concettualmente.
La riflessione come fenomeno visivo corrisponde al rispecchiamento. Queste sculture sono infatti costituite da due elementi identici e speculari, sormontati su un’asse perpendicolare al piano dell’orizzonte, al livello medio del mare. Ma la riflessione è anche una disposizione del pensiero. Queste sculture sono frutto di un’astrazione, di un ragionamento sul processo che le ha generate. Sono forme che ci parlano della cristallizzazione e fissità di un tempo. La clessidra è simbolo della sua misurazione. Lo scorrere del tempo è segnato dalla corrosione che esercita la marea altalenante su un legno immerso nell’acqua. Questi pali di cui è disseminata la laguna, sono l’elemento di partenza dell’opera in sé. Li prelevo una volta giunti allo stadio finale della corrosione e ne realizzo un calco da cui ricavo due repliche in cera. Trasformare il legno in modello in cera e poi in metallo è per me un processo alchemico.
Nella fusione a cera persa, la cera evapora, il bronzo liquido prende il suo posto, si solidifica, cambia stato, e cristallizza il tempo. Cristallizza quell’erosione del legno e la rende immutabile. Fissa.

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Il primo incontro con Mutina è avvenuto pochi mesi fa in occasione di Artissima 2016. Sei stato infatti selezionato come vincitore dell’iniziativa “This is not a prize”. Cosa puoi raccontarci di questa esperienza?

È qualcosa che non mi aspettavo.
Non ero a Torino in quei giorni. Niccolò Sprovieri aveva esposto una mia scultura. È stato premiato il lavoro di entrambi, il suo come gallerista, il mio per la scultura. Sono andato a Torino per la premiazione. Lì ho incontrato Mutina e le persone che ne fanno parte. Ho sentito una sincera stima da parte loro per il mio lavoro. Col tempo ho capito che si trattava di una reciproca affinità. Non sempre le collaborazioni funzionano… Credo si tratti di riconoscersi. In questo senso, Massimo Orsini ha mostrato di saper mettere insieme le persone e il loro talento con una certa naturalezza e grande intuito.

Hai familiarità con la materia ceramica?

Ho familiarità con la lavorazione dell’argilla, affinità col materiale in scultura.
Ho però visto da Mutina soluzioni e impieghi che non avrei mai immaginato nonostante si parta semplicemente dalla terra. Ho capito di avere molto da imparare e da sperimentare.

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Sei venuto a trovarci nella nostra sede di Fiorano. Cosa hai portato con te, tornando verso Venezia?

È stato un bell’incontro. Davvero. Sono stato bene, accolto a braccia aperte. Non mi è sembrato di entrare in un’azienda qualsiasi. C’è una forte coerenza in Mutina, uno stile. È una cosa che percepisci già nell’architettura dell’edificio che per me non poteva essere che quello. Ho capito anche perché Massimo ha deciso di collocare lì una mia scultura.

Dopo Artissima, è stata annunciata la tua partecipazione alla Biennale di Venezia, nel padiglione Italia. Come ti senti a riguardo? Puoi darci qualche anticipazione sul progetto?

Questo invito per me significa molto.
È la mia città e il mio paese. E uno spazio dove ho lavorato molti anni fa.
Nel 2001 alla Biennale di Harald Szeemann ero assistente di Ilya Kabakov. Avevo 21 anni e ho lavorato un mese e mezzo dentro quegli stessi spazi che ora ospitano il padiglione. Nella stessa tesa insieme a Ilya c’era Richard Serra con le sue due spirali. Sono passati 16 anni e adesso mi trovo di nuovo lì dentro. È strano. È forte per me. Non so bene spiegarti.
È la seconda Biennale di Venezia a cui partecipo. La prima volta, 6 anni fa, decisi di lavorare su un gesto simbolico. Abitavo ancora ad Amsterdam e tornai a Venezia a piedi. Fu un viaggio lungo. Ci misi 2 mesi.
Questa volta per il padiglione ho avuto un anno di tempo per lavorare al progetto. Sarà un’opera densa, complessa anche nella sua semplicità.

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