A TALK CON GUIDO CORBETTA

Fotografie di Matteo Pastorio

 

Guido Corbetta è Professore ordinario di Strategia aziendale e titolare della cattedra di Strategia delle aziende familiari all’Università Luigi Bocconi di Milano. La sua expertise è concentrata su imprese familiari, medie imprese e imprese nei settori moda e design. Lo abbiamo incontrato nella nostra sede di Fiorano Modenese per saperne di più sul suo lavoro, la situazione economica odierna e la sua area di interesse, di cui condividiamo un grande valore: le persone.

 
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Qual è la situazione odierna dell’economica mondiale?

Credo che sia oggettivamente una situazione incerta: veniamo fuori da una crisi prolungata che ha attraversato i paesi occidentali. Ora, c’è stato un periodo abbastanza lungo in cui, nonostante la crisi in occidente, il mondo asiatico era in piena crescita e faceva da traino anche agli altri paesi dell’economia occidentale; poi, nell’arco un paio di anni, gli Stati Uniti hanno manifestato un periodo di ripresa. Oggettivamente, oggi, la situazione è un po’ più complicata perché non è possibile riconoscere aree sicure di sviluppo nel mondo: la Cina, l’anno scorso, è cresciuta del +6,5%, un tasso di crescita più basso degli anni precedenti ma su un valore ultimamente in aumento, si tratta di tassi molto importanti. Certamente la Cina continua a essere un attore di rilievo ed è evidente che, assieme agli paesi asiatici, potrebbe stimolare la crescita mondiale, ma credo che debba essere accompagnata da una politica di concertazione che oggi non esiste più. Bisognerà attendere l’effetto della nuova politica del Presidente Trump che, a mia opinione, ha fatto una scelta, dal punto di vista politico, ragionevole per gli Stati Uniti: il ruolo di questa potenza economica è minacciato dalla Cina e la scelta di unirsi all’altra potenza di minore forza, cioè la Russia, è una giusta mossa. La politica intrapresa da Trump fa pensare che gli Stati Uniti abbiano tutte le intenzioni di opporsi al paese asiatico, il che potrebbe essere positivo per il sistema complessivo dal momento che la Cina sta effettivamente avendo un ruolo dominante, potenzialmente pericoloso.

Come colloca l’Italia in questo panorama d’incertezza?

Innanzitutto, bisogna essere consapevoli dei propri limiti: l’Italia è un paese piccolo e, di conseguenza, il suo peso nel mondo non può che essere piccolo. Rientra comunque tra i primi dieci paesi ad avere un’importanza economica nel mondo, ma il suo peso politico è destinato a essere indubbiamente contenuto. Da questo punto di vista, il progetto dell’Europa era interessante perché dava supporto anche a paesi, come l’Italia, che non possono ambire a raggiungere un posto tra le grandi potenze politiche mondiali. Purtroppo, anche il disegno europeo non dà certezze future.

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Soffermiamoci ancora sull’Italia: il suo campo di studio è incentrato sulle aziende a conduzione familiare, di cui l’Italia è un rappresentante eccellente. Come è nato questo suo interesse?

Credo che quando qualcuno sviluppa un interesse, può accadere per casualità. Nel mio caso, è successo che al professore con cui lavoravo è stato chiesto di prendere parte a una ricerca importante sugli imprenditori e il tema del ricambio generazionale – abbiamo fatto dodici interviste a dodici padri, e dodici figlie e figli – e grazie a questa esperienza ho iniziato a interessarmi alle aziende a conduzione familiare. Con alta probabilità, il fatto di provenire da una famiglia di imprenditori ha contribuito: mio zio è imprenditore di un’azienda meccanica abbastanza importante e i miei genitori avevano dei punti vendita di prodotti alimentari. Quando ho fatto quelle interviste, capivo di cosa si parlava, cosa volessero dire gli intervistati e, probabilmente il mio interesse si è acceso in questo modo. Poi, al tempo, ero un giovane che ambiva a diventare professore ordinario dell’università Bocconi e dovevo, per necessità, capire se il mio interesse avrebbe comunque potuto portare a sviluppi professionali. Allora, ho cercato di capire se nel mondo esistevano degli studi a riguardo – le mie origini accademiche hanno radici nel campo del management – e ho scoperto che solo due persone se ne erano interessate fino a quel momento: un professore della Kellogg School of Management di Chicago e un professore dello IESE Business School di Barcellona. Questi due docenti di strategia aziendale, come me, si occupavano di imprese familiari. Allora, provai a convincere il mio professore che questo campo non era ancora studiato in Italia e forse meritava attenzione. Il mio interesse, quindi, è stato un interesse di ricerca.

Qual è il panorama delle aziende di settore?

Su questo punto, oggi non abbiamo opinioni ma dati. L’università Bocconi ha un osservatorio sostenuto dall’associazione delle aziende familiari, da Unicredit, dalla Bocconi stessa e dalla Camera di Commercio. L’osservatorio monitora le performance di tutte le imprese a conduzione familiare presenti sul territorio: in Italia, ci sono 15.000 imprese sopra la soglia di fatturato di venti milioni, un numero relativamente piccolo; di queste 15.000 aziende, circa 10.000 sono a controllo familiare, il 65%. Annualmente od ogni due anni, l’osservatorio controlla le performance, gli assetti proprietari, gli assetti di governo, di comando e di leadership di queste imprese. Il quadro che si delinea evidenzia che queste aziende, dopo il biennio 2008-2009, hanno performato bene sia in termini di crescita che di creditività. Nelle imprese sono in atto cambiamenti significativi in termini di governance,ovvero si assiste sempre di più all’inserimento di persone non della famiglia all’interno del consiglio di amministrazione o della gestione. I punti deboli possono essere individuati nella crescita – molte di queste aziende, dal buon potenziale di sviluppo nel mondo, crescono meno di quanto in realtà potrebbero – e nelle acquisizioni effettuate dalle aziende che, purtroppo, dal 2001 al 2014, un tempo lunghissimo, non ne hanno portate a termine. Io credo che, prima o poi, nel percorso di crescita di un’azienda, la crescita organica sia una cosa assolutamente corretta: prima o poi, bisogna chiedersi se non valga la pena effettuare qualche operazione di acquisizione. In conclusione, la panoramica del settore è indubbiamente positiva dal punto di vista delle performance attuali. Quando i mercati diventano più grandi, più incerti, è chiaro che si richiedono attori più forti. In questi anni, non lo si può negare, c’è stata una selezione darwiniana: le aziende che ad oggi sono sopravvissute, sono più forti di quelle che erano presenti nel mercato del 2007-2008.

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C’è un settore in particolare in cui l’azienda a conduzione familiare ha più successo?

L’osservatorio fa anche dei focus di settore, al momento ne abbiamo fatti 29: i settori in cui le aziende familiari hanno successo sono veramente tanti, dalla moda alla meccanica. Insomma, ci sono tantissime imprese di successo. Prendiamo a esempio il settore della farmaceutica: vent’anni fa, si credeva che il settore in Italia fosse ormai terminato e invece, oggi, abbiamo almeno una decina di aziende, tra cui la Chiesi di Parma, che hanno il potenziale per avere un futuro molto interessante. Non vorrei, però, descrivere un quadro totalmente positivo perché, in realtà, non è così, ma nel nostro paese c’è del potenziale e credo che molto lo si debba a questo tipo di imprese fondate sulla famiglia. Nel processo di creazione di un’azienda, la base di partenza è comunque la famiglia, se non nell’organico iniziale, ma nel progetto dell’evoluzione futura. Ecco, secondo me è importante che, a poco a poco, le famiglie proprietarie e aziende diventino più indipendenti le une dalle altre perché, se questo riesce, l’impresa può avere una vita propria di sviluppo. Ciò non avviene in Italia con la stessa facilità con cui accade negli Stati Uniti, dove è anche più facile quotare in borsa la propria azienda, fare entrare soci terzi, fare delle operazioni di crescita più importanti, o unirsi ad altre aziende. In Italia, questi processi avvengono con più lentezza.

Secondo lei c’è una ragione in particolare per cui l’Italia è un terreno fertile per queste aziende? Esistono motivazioni di natura sociologica o geografica?

No, non credo. L’Italia non è l’unico paese che favorisce lo sviluppo delle imprese a controllo famigliare; basta pensare alla Cina che ha voluto organizzare un incontro con gli imprenditori cinesi di prima generazione e i nostri imprenditori: ecco, noi eravamo in venti, loro in cinquecento. Racconto di questo evento per far capire quali sono i numeri con cui dobbiamo confrontarci, ma anche per sottolineare come la famiglia, comunque la si voglia intendere, sia un soggetto rilevante dell’economia, e in tutti i paesi dove è un soggetto rilevante, la famiglia ha un impatto importante sulle aziende.

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In Italia, il fondamento “famiglia” sta alla base della società, sia per ragioni culturali che per la religione cattolica…

Con tutte le derive negative, tra cui quella più negativa del familismo che, dal punto di vista delle imprese a controllo familiare, significa non mettere al primo posto l’azienda, ma il benessere di breve termine della famiglia. Per esempio, la nomina di una squadra manageriale a maggioranza familiare è un errore gravissimo.

Purtroppo il talento non è ereditario e bisognerebbe capire quando cedere il posto a chi, invece, ce l’ha.

Credo che per le imprese italiane, la presenza di un imprenditore familiare sia un valore aggiunto ma, allo stesso tempo, imprenditori e familiari dovrebbero fare quello che diceva Marc Puig, amministratore di un’azienda spagnola produttrice di profumi: un processo di self-disempowerment della famiglia è necessario. Il potere, nel sistema capitalistico, è nelle mani dei proprietari, ed è la famiglia proprietaria a dover attuare un processo di auto limitazione del proprio potere; una volta compiuto, l’azienda ha più potere e si sviluppa meglio.

Parliamo di creatività. Quanto è applicabile il concetto di creatività al suo lavoro? Si riesce a essere creativi coi numeri?

Certo, ma noi alla fine siamo ricercatori, anche se non ai livelli dei ricercatori di medicina e fisica. Uno degli aspetti che richiede più creatività è il porci le domande: dopo un’attività di ricerca trentennale, dopo otto anni di attività dell’osservatorio, non è poi così facile farsi venire in mente nuove domande, un’idea che aggiunga ulteriormente qualcosa. Un segreto vincente per superare il problema è quello di mettere insieme persone diverse: negli ultimi anni, un contributo importante alla nostra attività di ricerca, lo ha dato un ragazzo giovane, che in questo momento si trova in Spagna per un anno sabbatico, un ragazzo che ha preso un Phd a Copenaghen, una persona molto diversa da me che ha studiato nel campo della finanza, lui ha messo molto del suo ponendo nuove domande a cui io non avevo pensato e, viceversa, io do a lui risposte che non si sarebbe aspettato. Credo che sia per via dell’età e della diversità. Quindi, nel mettere su un team di ricerca dobbiamo inserire elementi, cose che hanno a che fare con la creatività.

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Qual è il suo rapporto con il design? E qual è la sua opinione di questo campo?

Il mio rapporto è indubbiamente mediato dalle imprese e ho un’opinione di grandissima ammirazione e rispetto. Una dozzina di anni fa, l’università Bocconi aveva un rapporto con la Fondazione Altagamma, un’associazione di imprese del lusso – vino, hôtellerie, fashion, design, alimentare – per cui ho fatto partire un master in fashion experience and design, MANFED, che siste ancora oggi, grazie al quale ho avuto la possibilità di conoscere le aziende del campo del design, Alessi, Boffi, Guzzini, Molteni. Quindi, ho una grande opinione del design e credo che le aziende abbiamo un grand potenziale per fare molto di più di quanto ha fatto la moda in Italia e per l’Italia. Un bell’esempio di creatività è la Design Week, che sembrava essere stata pensata sulla falsa riga della Fashion Week, ma che si è rivelata completamente diversa. Ecco, io credo che questo sia un mondo mediato dalle imprese: io non sono focalizzato sui designer ma sugli imprenditori che “usano” il design, che si rapportano a esso. Vedendo loro, capisco che questo è un mondo che ha del potenziale enorme. Penso che non sarebbe male che queste aziende si strutturassero di più: il settore comincia a essere attraversato da qualche intervento di private equity, soggetti che investono con l’aspettativa di rendimento a medio termine, tre-cinque anni, per poi rivendere le società, ed è un segnale molto importante, indice che c’è l’aspettativa che questo mondo debba realizzare nei prossimi anni il suo potenziale. Il mondo del design ha già fatto molto ma ha davanti una crescita interessante anche perché nel mondo si sta sviluppando una grande attenzione e richiesta per il design.
Inoltre, la mia razionalità, dovuta, lo ammetto, anche alla mia professione, mi porta a essere attratto da chi o cosa razionale non è. Infatti, mi piacciono molti designer e, in generale, diversi creativi. Ho grande ammirazione per Michele De Lucchi, mi colpisce come riesca a ottenere, con un tratto, con un segno, a dare un’interpretazione di un mondo che io sarei capace di dare in due pagine di descrizione.
Ribadisco, l’Italia ha il grande potenziale di mettere insieme il designer originario e il fare, la capacità di fare le cose.

Per quanto riguarda Mutina, quali sono, a suo avviso, i parametri che ne hanno decretato il successo?

Per me è evidente come il successo avuto sinora sia legato alle persone; senza la qualità dell’imprenditoria, il successo non si sarebbe avverato. Inoltre, un aspetto interessante è quello di aver provato a rompere dei paradigmi di settore: quando un’azienda non può fondare il suo successo sulle spalle grosse, sulla dimensione, sul posizionamento, ma deve basarlo sulla capacità d’inserirsi, d’incunearsi dentro un ambito ampio con una proposta originale, bisogna trovare questa proposta originale. E a me sembra che Mutina l’abbia trovata: proporsi ai designer per produrre prodotti di un certo tipo. Credo che i designer non sarebbero rimasti se non avessero trovato un’azienda molto reattiva, veloce, che a sua volta pretende velocità dai suoi collaboratori, che pretende qualità ed eccellenza di comportamenti e risposte. Agire in tempi brevi per rispondere alle proposte dei designer, essere velocissimi a trasformare le idee in prodotto.