A TALK CON MARCO DE VINCENZO

Fotografie di Matteo Pastorio

 

Marco De Vincenzo è una delle figure più interessanti e innovative del panorama della moda italiana attuale. Dopo aver studiato Moda e Costume all’Istituto Europeo di Design, a soli ventun’anni entra a far parte dell’ufficio stile di Fendi e nel 2009 lancia il proprio marchio, con cui vince la prestigiosa competizione per stilisti emergenti “Who Is On Next”. Le conoscenze nel campo del design lo hanno reso un elemento indispensabile all’interno della giuria che ha assegnato il primo This is not a Prize durante Artissima 2016. L’abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto di parlarci di questa esperienza e del suo rapporto con l’arte.

 
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Quando e come è iniziato il tuo rapporto con Mutina?

Il mio rapporto con Mutina è iniziato partecipando come membro della giuria durante Artissima, al This is not a Prize. Avevo già familiarità con il mondo della ceramica e, approfondendo la loro storia, mi ha affascinato il grande interesse per l’arte contemporanea.

Cosa ti ha colpito?

Sono molto affascinato da chi lavora e trasforma la materia. Soprattutto dalla ceramica che, nel caso di Mutina, diventa design puro. Un materiale povero, capace di mantenere un aspetto moderno e far emergere calore anche toccando una piccola piastrella: l’iper-design che, però, conserva la natura primordiale.

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Come si è conclusa l’esperienza di This is not a Prize? Com’è stato per te ricoprire la carica di giudice dell’iniziativa?

È stato molto bello. Per me era la prima volta e sono stato onorato di partecipare e conoscere persone che con l’arte contemporanea hanno un rapporto molto vicino.
Quando abbiamo iniziato a discutere di chi meritasse il premio, ho capito che in questo giudizio non contavano solo degli elementi estetici, ma anche l’aspetto intellettuale, l’anima dell’artista…
Le persone presenti nella giuria mi hanno educato: ho allenato l’occhio, ho capito come si può giudicare oggi un’artista emergente, perché dargli un riconoscimento e investire su di lui. È complicato perché c’è un aspetto personale e istintivo che ho sempre considerato, ma, allo stesso tempo, una profondità di linguaggio che richiede dimestichezza per essere compresa. Ho trovato persone che questa dimestichezza ce l’avevano, quindi è stato bello partecipare. Forse ero il più inesperto, il più curioso, però la ricordo come un’esperienza di insegnamento. Per me è stata davvero una scoperta.

Qual è il tuo rapporto con l’arte contemporanea?

È un rapporto assolutamente istintivo. In questo momento un po’ frustrante perché mi piacerebbe essere un collezionista, ma non lo sono. 
L’arte contemporanea è qualcosa di cui ho spesso bisogno, come una sorta di terapia. Tutti quei linguaggi, anche molto ermetici, a volte ti lasciano addosso solo una sensazione e molte domande, più che risposte. Perché non sempre l’arte contemporanea è comprensibile e forse è questo il segreto, in parte. Bisogna semplicemente lasciarsi trasportare da quello che ti lascia, come guardare un bel film in cui non tutto è comprensibile.

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Com’è stato vedere dal vivo l’opera di Calò in Biennale?

L’opera di Calò è stata la conferma che aveva vinto il migliore, una di quelle cose che ti folgorano e ti fanno pensare che avresti voluto idearla tu un’opera del genere.
 Come faccio spesso, non mi ero documentato (cosa, secondo me, utile): il mio rapporto con l’arte contemporanea vuole essere ignorante fino al momento in cui, poi, la conosco. Mi era stato semplicemente detto che il padiglione Italia era bellissimo, non ricordavo nemmeno che ci fosse lui, ho letto il suo nome e poi ho visto quest’opera grandiosa, onirica, bellissima… Queste sono le esperienze che l’arte contemporanea ti fa vivere e per cui vale la pena coltivarla.

Sei un appassionato di arredamento. C’è uno stile che prediligi, o hai un gusto poliedrico?

Sono un po’ eclettico. Mi piace semplicemente vedere delle cose e immaginarle in un luogo, come faccio anche nel mio lavoro. Non potrei mai decidere come arredare un ambiente su carta e riprodurlo identico. Mi piace che ci sia un’evoluzione, perché quello che mi affascina è la storia e come gli ambienti cambiano nel tempo. L’idea di riguardare un ambiente tra cinquant’anni e ricordare come è diventato così. Mi piace che rappresenti l’evoluzione di te e che ci sia una stratificazione.

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Secondo te, in che modo moda e design si incontrano?

Moda e design sono spesso la stessa cosa. Se penso a una borsa, la somiglianza è ancora più grande perché deve rispondere a un’esigenza pratica, e anche la progettualità è uguale: tiene in considerazione un aspetto di creatività, di funzionalità, di bellezza fine a se stessa… È un modo molto simile di lavorare.

Qual è la tua collezione Mutina preferita?

Le collezioni che mi hanno colpito di più sono quelle artigianali, che mi hanno fatto sentire quello scambio tra materia primordiale, mente e mani, e Rombini dei Bouroullec.

Se dovessi pensare a una collezione Mutina firmata Marco de Vincenzo, quale sarebbe il tuo punto di partenza?

Partirei da un uso multi tonale dei colori, giocherei con una tridimensionalità cromatica. La mia collezione sarebbe di stampo artigianale: cercherei di far sentire il fuoco che ha cotto la terra, il calore che ha lucidato lo smalto… Soprattutto, creerei qualcosa che avesse un valore nel tempo. Qualcosa di duraturo.