A TALK WITH PAUL THOREL

Fotografie di Amedeo Benestante e Matteo Pastorio

 

Quello tra Paul Thorel e le potenzialità dell’universo analogico è stato un incontro rivelatorio, che ha portato l’artista ad abbandonare il campo della pittura per immergersi completamente in una ricerca sull’immagine elettronica. Uno studio in continua evoluzione che va avanti dal 1979. Durante il nostro incontro, Thorel ci ha raccontato com’è nata questa sua passione avanguardista, del suo processo creativo interdisciplinare e della nuova opera realizzata presso il Museo MADRE di Napoli.

 
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Quando hai capito di voler diventare un artista?

I miei genitori frequentavano molto gli artisti e questo ha sicuramente influenzato la mia scelta, in parte. Ho dipinto per la prima volta a 13 anni, ma ho iniziato questo lavoro a tempo pieno a 18, subito dopo aver finito le scuole.

Come descriveresti il tuo processo creativo?

Consiste nella combinazione di tecniche diverse tra loro: la fotografia, l’immagine digitale e la pittura. Lavoro molto sulla casualità. Mischiando queste tecniche si generano delle forme e delle luci imprevedibili che, in seguito, andranno a formare l’opera.

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Hai un interesse particolare per la relazione tra arte e tecnologie digitali, che ha dato il via ad una ricerca costante e in continua evoluzione sull’argomento. Com’è nata questa curiosità?

È successo per caso. Un amico regista mi chiamò dicendomi di andare subito a Parigi dove, in un centro di ricerche sui nuovi media, aveva scoperto un apparecchio analogico con cui si poteva alterare il segnale video e creare una serie infinita di effetti speciali in modo casuale. Era il 1979 e da quel giorno ho abbandonato la pittura per dedicarmi all’immagine elettronica.

In che modo interagiscono questi linguaggi e forme estetiche, apparentemente così diversi, all’interno dell’opera?

Le interazioni tra tecniche ed estetiche diverse provengono dal mondo reale e dalla natura, da cui traggo ispirazione per ogni forma, materia, luce e colore. Ma sono anche vicine al lavoro onirico, quando il sogno combina mondi totalmente diversi tra di loro in un’unica sequenza.

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Al di là della tua particolare predisposizione avanguardista, c’è un artista del passato che ammiri particolarmente?

Hieronymus Bosch, pittore olandese del 1400. È stato uno degli artisti più enigmatici della sua epoca. Ancora oggi le sue opere suscitano in me un fascino particolare, perché avvolte nel mistero e cariche di significati duplici o simbolici.

Hai realizzato recentemente l’opera Passaggio della Vittoria al Museo MADRE di Napoli, un’installazione monumentale nonché virtuosa messa in pratica della tua stessa ricerca, dove la tecnica del mosaico si fonde al linguaggio dei pixel. Come si è sviluppato il progetto? Quali sono state le tue fonti di ispirazione?

Un paio di anni fa Andrea Viliani, direttore del Museo MADRE, mi chiese di pensare a un’opera per la struttura. Mi indicò un’area con alcuni spazi che potevo utilizzare a mia scelta, tra cui il passaggio che collega il cortile principale al cortile delle sculture. Scelsi quello, anche se non avevo ancora idea di cosa fare. Un paio di settimane dopo, trovandomi a passare sotto il Tunnel della Vittoria che collega Napoli Est a Napoli Ovest e le cui pareti sono ricoperte da un mosaico bianco, mi venne d’improvviso l’idea di realizzare l’opera per il MADRE con questa tecnica.

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Mutina ha contribuito alla sua realizzazione producendo delle speciali tessere smaltate per l’occasione. Com’è stato collaborare con l’azienda?

L’incontro con Mutina è stato una grande fortuna. Il merito va a Sarah Cosulich che, dopo aver parlato con il mio gallerista Guido Costa, ci ha messi in contatto con Massimo Orsini, il quale ha mostrato da subito un particolare interesse per questo progetto, offrendosi di aiutarci a realizzarlo e co-produrlo. Ci sono voluti due anni per realizzare il mosaico e, nel corso dei mesi, la collaborazione è stata appassionante. La realizzazione è passata attraverso varie fasi, durante le quali Mutina ha suggerito e messo a punto diverse tecniche e prototipi prima di arrivare al risultato finale. I loro suggerimenti sono stati decisivi per la buona riuscita dell’opera.

Qual è la tua collezione Mutina preferita? Perché?

Puzzle di Barber & Osgerby. La trovo molto intrigante per le innumerevoli combinazioni possibili e la sua eleganza cromatica.

Se ti venisse chiesto di progettare una collezione, da dove cominceresti?

La prima cosa da fare è iniziare a dialogare con l’azienda, lo scambio di idee tra artista e committente è cruciale. È molto importante capire il contesto in cui ti trovi e le modalità produttive. Presentarsi con idee preconcette sarebbe una perdita di tempo.